04/03/2009

La poetica del Pascoli

La poetica del Pascoli

Per la classe II i

Questi sono gli appunti integrativi per la ricerca su Pascoli:

La poetica del Pascoli

La poesia è per Pascoli la voce del poeta-fanciullo che riscopre la realtà delle cose, anche delle più piccole; è uno sguardo vergine e primigenio che si posa sul mondo e ne evidenzia gli aspetti più nascosti. Secondo Pascoli, dunque, può dirsi poeta colui che è riuscito ad esprimere quello che tutti stavano pensando ma che nessuno riusciva a dire.
La poesia però deve avere anche un compito sociale e civile: deve migliorare l'uomo, renderlo buono, renderlo etico. Questa concezione riflette pienamente il suo socialismo umanitario, utopistico, interclassista, patriottico.
Il discorso La grande proletaria si è mossa (con cui Pascoli si dichiarava favorevole all'entrata in guerra dell'Italia)è stato il manifesto di questa sorta di "socialismo nazionale", vicino per alcuni aspetti ad un nazionalismo populista, che considera la guerra come un momento di superamento dei conflitti sociali e delle differenze di classe.
Si tratta, in realtà, di una prospettiva indubbiamente falsata, basata su posizioni che in seguito lo stesso Pascoli provvederà a rivedere:

- lo spostamento della lotta di classe all'esterno delle nazioni: non più tra parti sociali di una stessa nazione, ma tra nazioni ricche e nazioni proletarie.

- il continuo scivolare delle argomentazioni politiche e sociali dal piano della ragione a quello del sentimento (illusione di una possibile fratellanza e di un'istintiva bontà che porterebbe gli uomini di una stessa nazione ad abbattere le differenze e ad unirsi nella lotta contro il nemico comune).

Si intrecciano nella sua poetica due spinte fondamentali:

- una verso l'esterno, verso l'intervento attivo nella società per produrre nei cambiamenti nelle cose e negli uomini.

- una verso l'interno, intimista, abbinata al gusto contadino per le cose semplici e all'attenzione a volte ossessiva alle complicazioni tortuose del suo animo decadente.
Uno scambio continuo, insomma, tra grande e piccolo, in un rovesciamento di prospettiva e di valori.

Il fanciullino

Esiste dentro di noi un fanciullino che nell'infanzia si confonde con noi, ma, anche con il sopraggiungere della maturità, non cresce e continua a far sentire la sua voce ingenua e primigenia, suggerendoci quelle emozioni e sensazioni che solo un fanciullo può avere.
Spesso, però, questa parte che non è cresciuta non viene più ascoltata dall'adulto. Il poeta invece è colui che è capace di ascoltare e dare voce al fanciullino che è in lui e di provare di fronte alla natura le stesse sensazioni di stupore e di meraviglia proprie del bambino o dello stato primigenio dell'umanità.

Il fanciullino prova sensazioni che sfuggono alla ragione, ci spinge alle lacrime o al riso in momenti tragici o felici, ci salva con la sua ingenuità, è sogno, visione, astrazione. È come Adamo che dà per la prima volta il nome alle cose e scopre tra esse relazioni e somiglianze ingegnose, che nulla hanno a che vedere con la logica della razionalità. Il nuovo si scopre, non si inventa, la poesia è nelle cose, anche nelle più piccole.
La poesia ha un compito civile e sociale: il poeta in quanto tale esprime il fanciullino ed ispira i buoni e civili costumi e l'amor patrio, senza fare comizi, senza dedicarsi alla politica nel senso classico, ma solo grazie al suo sguardo puro ed incantato.

Pascoli stesso ha esposto la sua poetica in un discorso famoso, che è anche un brano delle prose: Il Fanciullino. In esso asserisce che in noi vi è un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime e tripudi suoi, che ci insegna a guardare le cose dentro e fuori di noi e a nominarle con occhi e parole di poeta. Poesia è irrazionale facoltà lirica, immediatezza e genuinità di sensazioni, sincerità e vivacità di immaginazione e fantasia. La poetica della visione si sposa alla poetica dl particolare perchè richiede precisione, fedeltà ed esattezza lessicale nei confronti delle cose: se la poesia è nelle cose, ad esempio nel canto degli uccelli, il poeta non potrà parlare genericamente di uccelli, ma singolarmente di pettirossi, di capinere ecc. individuando il verso particolare e riproducendolo fedelmente con voci onomatopeiche.
E proprio perchè il fanciullino coglie d'istinto la poesia che è nelle cose illuminandole con la parola che a tutti le rivela.

Il suo decadentismo e la sua modernità consistono nel principio centrale della sua poetica, che è irrigidimento schematico della sua sensibilità: ingrandire il piccolo, rimpicciolire il grande.
Il discorso è però tutto tramato su una polemica insistente contro il socialismo e la poesia socialista. La poesia per Pascoli è utile, civile, giova alla moralità, alla civiltà, alla patria. La poesia è la voce del fanciullino che è in noi e che sa vedere nelle cose il nuovo, non inventandolo ma scoprendolo.
L’idea del fanciullino, non fa altro che sottolineare il rifiuto della razionalità e l'appello a forze profonde, tipico della poesia decadente. L'opera del Pascoli nasce dal confluire di tutti i fatti accadutigli, le sue liriche sono state da lui stesso pubblicate e sono frutto di un lavorio lungo di correzioni e rifacimenti. Nella sua poesia tornano con insistenza la siepe che è si metafora politica ma anche aspirazione a chiudersi in un mondo di piccole cose; oppure il nido che è la famiglia, la casa, un rifugio intimo e caldo. La particolarità stilistica che in fine caratterizza le opere del Pascoli indubbiamente la disarticolazione dell'architettura strutturale che aveva sostenuto tradizionalmente la lirica italiana e, concludendo, Pascoli fu un poeta tutto istinto e immediatezza, ma gli mancò la maturità razionale di una vigile e consapevole coscienza critica proprio perchè uomo di sentimento e non di ragione.

Tra le sue altre opere ricordiamo Myricae che contiene alcuni dei primi testi del Pascoli, rivela una poesia nuova al suo stato più semplice, libera da incrostazioni ideologiche. Il titolo è spiegato da un'epigrafe che adatta un verso di Virgilio "piacciono gli arboscelli e le umili tamerici" (arbusta iuvant humilesque myricae), tamerici che altro non sono che un piccolo arbusto sempreverde e simboleggiano una forma di poesia semplice.
Questa poesia è da collocarsi all'interno della tradizione classica, ed in essa sono evidenti figure e fatti quotidiani, di vita ingenua, dietro le quali si scorge la tragedia che aveva caratterizzato la sua fanciullezza e tutto è pervaso come da una dolorosa inquietudine.

L'opera è realizzata all'insegna dell'autobiografismo e si apre con un accenno alla famiglia distrutta e stende un velo di malinconia sulle memorie dell'infanzia.Quello che più colpisce è il linguaggio che si adatta in modo diretto alle piccole cose, ai momenti più semplici della vita familiare e campestre, grazie non solo all'utilizzo dei vocaboli ma più ampliamente di un linguaggio definito "fono-simbolico".
All'interno dell'opera il poeta è intento a seguire le vibrazioni di essenze oscure e segrete, tanto più oscure quanto più semplice è il modo nel quale vengono osservate.
La poesia sembra un modo per ritrovare il mondo dell'infanzia: ma proprio le immagini dell'infanzia richiamano la morte e ovunque il poeta sembra interrogare qualcosa che non può esistere e nella quale egli, in realtà, non crede. E delle tamerici non possiamo non ricordare i due brani Lavandaie nel quale dà l'impressione di una malinconia che sbocci a in vista di uno spettacolo naturale, pur senza riuscire a distaccare l'anima da esso.

Non è la voce del poeta a confidarci questa malinconia, ma sembra che essa provenga dalle voci sperdute del paese dove il canto delle donne ai lavatoi si mescola alla malinconia della campagna; ed Arano dove il poeta guarda e trascrive le notazioni del paesaggio che via, via si arricchisce di particolari visivi, dove il clima autunnale fa da sfondo ai contadini e dove sembra che il poeta osservi senza commentare.

Un'altra opera di rilievo del Pascoli è rappresentata dai Canti di Castelvecchio, qui ritorna alla materia poetica, in un discorso ampio e profondo. La materia autobiografica sull'onda del ricordo, si allarga a meditazione sul mistero che circonda uomini e cose.

Ritornano ricordi dolorosi mai cancellati e si sollevano a simboli grondanti di interrogativi. La raccolta si conclude con alcuni canti dedicati alla morte del padre e lo sguardo si allarga al movimento dell'universo, ravvisandone la pace apparente abitata dalla distruzione e dalla morte. La morte ritorna in tutti i ricordi ed è lo stesso poeta a riconoscersi come appartenente al mondo dei morti e vede il proprio sguardo e la propria voce svanire ed estinguersi; il poeta giunge ad una tomba che si confonde con la culla e si dissolve in un sogno di nulla.

I passi più importanti dell'opera sono contenuti nei versi de La mia sera dove ogni strofa è come una variazione musicale le cui note formano uno stato d'animo di assopimento e di dolore, quasi un'attesa della morte; e tutte si riassumono nel suono finale delle campane che diventa il ricordo di un canto di culla, allietato dalla carezza materna.

Ora copiate questa poesia Il Libro seguendo bene lo schema delle strofe e dei versi e poi la faremo in classe:

"Il libro "

I

Sopra il leggìo di quercia è nell'altana,
aperto, il libro. Quella quercia ancora,
esercitata dalla tramontana,

viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto,
sembra che ascolti il tarlo che lavora.

E sembra ch'uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento
delle montagne e il vento del deserto,

sorti d'un tratto...) sia venuto, e lento
sfogli - se n'ode il crepitar leggiero -
le carte. E l'uomo non vedo io: lo sento,

invisibile, là, come il pensiero...

II

Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all'estrema, rapido, e pian piano
va, dall'estrema, a ritrovar la prima.

E poi nell'ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta,
a cento, con l'impazïente mano.

E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando; ma via via più forte,
più presto, i fogli contro i fogli avventa.

Sosta... Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero.
Legge?... Un istante; e volta le contorte

pagine, e torna ad inseguire il vero.

III

E sfoglia ancora; al vespro, che da nere
nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un alïare come di chimere.

E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l'ombra tende, e viene
con le deserte costellazïoni

la sacra notte. Ancora e sempre: bene
io n'odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.

Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,

sotto le stelle, il libro del mistero.

CORRESPONDANCE-FRANCESCA PETRILLO

Correspondance-ANALISI DI FRANCESCA PETRILLO

La poesia Correspondance appartiene alla raccolta “I fiori del male” di Charles Baudelaire. Il tema fondamentale trattato dal poeta è la visione mistica della natura ,che è scritta con lettera maiuscola poiché ne fa una personificazione, dove lui è il sacerdote del tempio sacro di questa e ne coglie il significato espresso con figure retoriche. Egli sa mettere in corrispondenza con la magia noi e la natura e della poesia ne fa una rivelazione, dove il soggetto e l’oggetto trattati dal poeta sono un’unica cosa poiché l’uomo stesso fa parte della natura. Egli spiega e decodifica il rapporto tra il suo mondo interiore e quello della natura dei segni esterna, nella quale tutto ciò che ne fa parte è analogia della conoscenza e di quello che prova l’autore. Il poeta coglie una realtà della natura che noi non riusciamo a vedere e la paragona ad un tempio poiché vuole sottolinearne la sacralità; qui “pilastri che sono vivi” cioè gli alberi della foresta attraversata dall’uomo, insieme di simboli, mormorano parole nascoste apparentemente riconoscibili poiché illuminate dai raggi del sole. Baudelaire definisce la foresta un insieme di simboli dove l’uomo può perdersi e dove i simboli potrebbero essere anche le indicazioni da seguire per non smarrire la giusta via. Paragona poi queste parole nascoste agli echi che non chiariscono ma confondono poiché analogia della percezione apparente, utilizzando anche una consonanza nei versi cinque e sei. Essi “a lungo” nel senso per lungo tempo e “da lontano” cioè in lontananza tendono a un’unità profonda e nascosta poiché non illuminata dalla conoscenza, grande come le tenebre dove nulla è visibile e quindi non è possibile misurarne l’estensione o grande come la luce che è l’unica a poterci dare la percezione dello spazio ,che è appunto in contrapposizione invece con le tenebre, dove i suoni evocano i colori e viceversa i colori i profumi, come ci spiega il poeta utilizzando un’analogia sensoriale ed una suggestione sinestetica. Inizia la terza strofa riprendendo con una sinestesia quei “profumi freschi” come la pelle di un bambino, nuova, che non conosce corruzione. Inoltre utilizza anche una sinestesia nel verso dieci “vellutati come l’oboe e verdi come i prati” in cui percepisce sensazioni sia con il tatto “vellutati”,l’udito “oboe”,che è anche una metonimia poiché si riferisce al suono dello strumento, e la vista “verdi”. Egli avverte anche altri profumi “d’una corrotta, trionfante ricchezza” dove la ricchezza è trionfante poiché essendo artificiale, trattandosi di droghe, si può sempre ottenere a differenza di ciò che ci offre la natura e come gli occhi così i profumi artificiali tendono a propagarsi senza fine. Così l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino, profumi non della natura, della vita ma artificiali riescono a provocare momenti di estasi sensoriale e spirituale. La poesia tradotta da Raboni è divisa, quindi, in quattro strofe, ognuna di quattro versi liberi in cui però l’ordine del discorso è modificato, in quanto diverso rispetto alla poesia originale francese. La figura retorica chiave della poesia è la sinestesia in quanto il poeta crea corrispondenze utilizzando diverse sfere sensoriali come per esempio “profumi freschi” nel verso nove. Naturalmente Raboni non riesce a conservare la rima che invece nella poesia di Baudelaire è incatenata e lo schema è ABBA. Il ritmo della poesia è scandito dalla punteggiatura e dai numerosi enjambement anche tra una strofa e l’altra come “..trionfante ricchezza che tende a propagarsi senza fine..” tra la terza strofa e l’ultima che accelera il ritmo della poesia.

Mentre ne “Il libro” Pascoli svolta velocemente le pagine del libro senza trovare una risposta, quindi rimanendo nel mistero come scrive nell’ultimo verso “il libro del mistero”, Baudelaire svela il mistero decodificando la natura attraverso segni che solo la conoscenza, e quindi il poeta, può comprendere. Inoltre esiste un’altra visione differente del rapporto tra uomo e natura ed è quella di D’Annunzio. Egli mette l’uomo in corrispondenza della natura e l’uomo stesso diviene metamorfosi di se stesso e si confonde con questa poiché trova la sua felicità in questa confusione organica. Invece Baudelaire, come abbiamo visto in “Correspondance” spiega il rapporto con la natura attraverso segni e creando immagini in cui si vedono cose reali trasfigurate dalla fantasia come i “pilastri viventi” che sono gli alberi della foresta che emanano parole confuse che l'uomo comune non riesce a comprendere che come echi si diffondono in lontananza e confondono ancora di più quello che è il mistero della natura. In più si avvertono anche numerosi profumi alcuni freschi, nuovi, puri altri invece artificiali, corrotti, trionfanti. In definitiva l’autore ci svela quel mistero che Pascoli ha ritenuto fosse impossibile svelarci in un’epoca che era a cavallo con le nuove scoperte scientifiche e dove l’uomo si sentì impotente di fronte a quello che, invece, era in grado di scoprire la scienza, capace e successivamente incapace di tutto, di svelare nuovi misteri che erano rimasti all’oscuro fino ad allora. Questa interpretazione del poeta lontana comunque da noi uomini comuni mi riporta anche un po’ a “L’albatro” altra poesia di Baudelaire in cui si paragona ad un grande albatro, uccello marino di grandi dimensioni, che domina l’azzurro che è metafora della conoscenza e che viene catturata da alcuni marinai che ridono di lui poiché sulla terra non riesce a camminare come tutti gli altri. In realtà il poeta vuole dirci che così come l’albatro, una volta catturato dai marinai e messo a camminare sulla nave, diventa goffo e sgraziato, allo stesso modo il poeta, quando scende sulla terra e si mescola alla gente, è vittima della sua stessa capacità poiché troppo lontana e quindi incomprensibile dagli uomini, così come la sua visione della natura. Infine si può paragonare con un’altra poesia di Baudelaire “Spleen” dove anche qui c’è un paragone con la natura ma, mentre in “Correspondance” il poeta va da un mondo interiore a quello esterno della natura, in “Spleen” fa esattamente il processo inverso in quanto osserva il mondo circostante e lo rapporta alle sue sensazioni interiori. Tra tutte le poesie citate precedentemente preferisco proprio “Correspondance” poiché mi attira questa visione della natura fatta da Baudelaire, questo rapportarsi tra figure di diverse sfere sensoriali. Infine penso che solo una sensibilità acuta e speciale come quella di Baudelaire permette di afferrare i segreti rapporti che legano le cose dell'universo alle sensazioni interiori di ognuno di noi.

Il testo francese


La nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme une nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

Il est des parfums frais comme de chairs d'enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
—Et d'autres, corrompus, riches et triomphants,

Ayant l'expansion des choses infinies,
Comme l'ambre, le musc, le benjoin et l'encens,
Qui chantent les transports de l'esprit et des sens.

Il testo italiano



La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l'uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un'unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d'un bambino
vellutati come l'oboe e verdi come i prati,
altri d'una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l'ambra e il muschio, l'incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

 

SULLA NEVE di MARILA FORTE

sulla neve.jpgSULLA NEVE di MARILA FORTE

Giovedì sera ero molto agitata per la gita del mattino dopo. Sarebbe stata una giornata diversa dalle solite, sarei dovuta andare sulla neve con i miei compagni di classe. Dopo aver preparato tutte le mie cose, sono andata  a letto anche se sapevo che non sarei riuscita a dormire. Mi sono venute in mente tutte le volte che quando ero piccola andavo sulla neve con mamma e papà e non volevo mettere gli sci, perché avevo paura. Quando mi sono messa sotto le coperte con il mio Ipod, tantissime emozioni diverse mi hanno riempito il cuore e poi si sono trasformate in altrettanti pensieri, nella mia mente. Avrei voluto inseguirli tutti, ma erano confusi, poi si sono trasformati in chiazze di colori sfocati e mi sono addormentata sulle note delle mia canzone preferita. Finalmente pace, dopo una giornata scandita dalla solita routine. Come una stella cadente che si spegne nella notte, anche questa pace si è conclusa in fretta ed ha lasciato spazio alla vita frenetica di tutti i giorni.

La mattina dopo, come sempre, mamma è venuta a svegliarmi in camera e sono subito corsa in cucina per fare colazione. Stranamente mi sono preparata in fretta e appena è arrivata Chiara sono scesa con mamma per raggiungere il pullman e i miei compagni. Sarà stata l’emozione per la gita, ma almeno non ho fatto tardi. Mentre ero in macchina pensavo ancora a quella bambina con la tuta rosa che saliva lo skilift e salutava la mamma con la manina da lontano, pensando al momento in cui avrebbe potuto giocare. Erano le sette, e sono rimasta molto sorpresa nel vedere come la città a quest’ora mattutina si muove sotto un cielo ancora addormentato.

Vendendo i volti familiari dei miei compagni, è ritornata in me una certa calma e quando siamo partiti ero seduta vicino a Chiara e ascoltavo il mio fedelissimo Ipod e, ancora insonnolita e scossa dai sentimenti confusi che si affollavano in me, non ero molto loquace né nelle mie forme migliori. Mi sarei divertita? Sarei caduta? Avrei fatto brutte figure? E l’ansia cresceva ad ogni dubbio, ad ogni domanda che poteva aver risposta solo vivendo quella giornata. Avevo paura. Paura di cadere, paura di non ricordarmi come si sciava, di non essere all’altezza delle aspettative di quelle persone che mi vedevano sciare per la prima volta, avevo paura di deludere e deludermi.

Il viaggio è stato breve e appena ho iniziato a vedere le prime macchie di neve, che si era posata tutt’intorno dei giorni precedenti, mi sono tornati in mente altri ricordi di qualche anno fa, quando con mia cugina, scendevamo veloci come fulmini le piste e quanto era bello sentire il vento sulle guance come lame affilate, e il suo rumore leggero e quasi impercettibile, in sottofondo , coperto da quello degli sci che stridevano nelle curve a contatto con la neve o con i punti più ghiacciati. Eppure mente io scendevo veloce, lei era lì, brillava al sole, bianca e candida, come ora. Come sarebbe stato non sciare sulle solite piste, su cui andavo da quando ero piccola? Le conoscevo benissimo, ormai, ma queste com’erano? Una frenata del pullman accompagnata dalle voci dei miei compagni che si era alzate all’improvviso , mi hanno scosso da questi pensieri. Il pullman non riusciva  a curvare. Fortunatamente dopo qualche tentativo, siamo riusciti a riprendere la nostra strada. Proprio questa mi ricordava quella che facevo ogni mattina con le mie amiche e mia cugina in pullman.

Appena arrivati, sono scesa di corsa  perché volevo sentirmi affondare nelle neve. Dopo, con il resto della classe, ci siamo messi in fila per provare scarponi e sci. Mentre aspettavamo con Francesca, Ludovica, Alessandra e Chiara e anche la Professoressa Modestino, abbiamo fatto delle foto per immortalare una giornata all’insegna del divertimento e da passare tutti insieme. Finito il breve set fotografico, al quale io mi sono opposta con tutte le mie forze, ma infine mi hanno costretto, siamo entrati nella piccola sala dove dovevamo lasciare le nostre cose e prendere l’attrezzatura. Conoscevo già il mio numero e ricordavo tutto quello che papà mi aveva sempre detto, quindi noi ho trovato difficoltà. Ci hanno diviso per classi e ci hanno affidato ad un maestro per vedere il nostro livello. Coloro che sapevano già sciare sarebbero stati messi in un altro gruppo con un altro maestro per fare piste un po’ più difficili. Mentre salivamo con gli sci, ripensavo alle parole che mi aveva detto il professore Vardaro qualche giorno prima, che una volta imparato a sciare è come andare in bicicletta, non si dimentica più. Mi sono messa in fila con gli altri ed ero tranquilla fin quando non ho sentito lo scatto degli scarponi nell’attacco degli sci, mi tremavano le mani e il cuore mi batteva fortissimo, così forte che sentivo solo il suo suono accelerare finché non è arrivato il mio turno. Ho cercato di non pensare a niente di convincermi che ce l’avrei fatta, ma la mia autostima e la mia convinzione erano come stelle di vetro troppo sottile per resistere anche al minimo urto. Sono scesa cercando di tenere a mente tutto quello che il mio maestro per anni mi aveva sempre ripetuto. Arrivata alla fine della mia prima piccola prova ho capito quanto ero stupida. Insomma era stato come chiudere gli occhi e riaprili alla fine. Niente di diverso da quello che avevo sempre fatto. Nessuna difficoltà. Ma ora sorgeva la domanda: sarei stata messa nell’altro gruppo? La risposta arrivò a breve quando arrivai alla fine della pista e con Nicola e Daniele c’era un maestro che ci aspettava con altri ragazzi per raggiungere lo skilift . Ce l’avevo fatta!

Le altre piste le ho fatte con estrema tranquillità. Sentivo tutte le sensazioni che mi erano mancate tanto e col pensiero ho anche ringraziato papà per avermi costretto, inizialmente, ad imparare a sciare e a trasmettermi questa passione. Ogni volta che facevo la pista era sempre più semplice e mi sembrava così normale, come se non avessi mai smesso di farlo. Il sole illuminava tutta la pista circondata da entrambe i lati da alberi e divisa in quattro parti, alle quale si arrivava con lo skilift. Tutto era avvolto da una calma perfetta.

Quando è arrivato il momento di scendere dalle piste per andare a pranzo, mi è dispiaciuto. Avrei voluto sciare ancora. Prima che arrivasse il nostro turno ci siamo messi a giocare con la neve e alcuni si sono bagnati tutti. Dopo pranzo abbiamo fatto altre foto e abbiamo fatto altre foto.

Nel pullman al ritorno ero sfinita, ma felice e soddisfatta. E’ stata una giornata bellissima e ringrazio tutti coloro che l’hanno resa tale. Vorrei ce ne fossero altre così, in cui poter stare con i nostri amici e non solo compagni di classe chiusi tra i banchi di scuola, ma vedere come siamo veramente nella vita di tutti i giorni, nelle giornate come questa e spero ci siano altre occasioni, chissà magari la prossima volta andremo al mare…Bhè che altro c’è da dire? Le giornate come queste rimangono nell’album fotografico della nostra vita, di cui entrano a far parte e diventano una nuova storia da raccontare, un altro episodio che vede come protagonista la 2I.

TEMA: Una giornata di classe molto diversa-FRANCESCA PETRILLO

 Una giornata di classe molto diversa

 sulla neve.jpgdi Francesca Petrillo

Finalmente dopo milioni di organizzazioni, fatte e rifatte, io e miei compagni di classe siamo riusciti a trascorrere una giornata diversa dalle altre passate tra i banchi della scuola. Abbiamo deciso di andare mezza giornata a Bocca della Selva per sciare, o almeno provarci, assieme alla nostra professoressa di lettere. Come al solito quella mattina i soliti ritardatari si sono fatti riconoscere con i loro quindici minuti di ritardo ma alla fine, tutti incappucciati, siamo saliti nel pullman pronti per questa nuova giornata da passare insieme. Dopo due orette di viaggio tra cantate, risate e telefonate continue del tipo:”Dove sei? Hai portato tutto? Quando torni?!” siamo arrivati a Bocca della Selva. Stava per iniziare il meglio della giornata. Scesi dal pullman siamo corsi tutti al rifugio per essere affidati agli istruttori e per prendere le attrezzature. Non pensavo sarebbe stato così difficile trovare degli scarponi e degli sci della misura giusta o almeno adatti per non farci cadere ancora più di quello che ci aspettavamo. Ancora la scena a ripensarci mi fa sorridere: eravamo minimo una ventina di noi tutti seduti stretti sulle panche, chi con una gamba alzata mentre la professoressa forzava lo scarpone per farci entrare il piede, chi ancora scalzo anche se circondato da minimo una decina di scarponi di tutti i numeri esistenti sulla faccia della terra, chi invece era già pronto alla porta come se dovesse fare una gara nazionale di sci per professionisti! Alla fine dopo quindici minuti abbondanti di “Sfila, infila, ritogli, rinfila!” eravamo tutti pronti e divisi per gruppi con i nostri rispettivi maestri per iniziare la lezione. Il nostro maestro si chiamava Yuri e ci ha disposti tutti in fila, mentre ci faceva una dimostrazione, assieme a quei pochi che sapevano sciare, di come si mettevano gli sci e di come si faceva lo spazzaneve. La mia prima preoccupazione, naturalmente, è stata quella di mettere tutti a conoscenza di quanto ero incapace e di come sarei potuta cadere molto facilmente. Fortunatamente le cadute ci sono state, ma non sono state mie. Quante risate tra una scivolata e l’altra e quante altre sulla mano via. Alcuni di noi hanno rinunciato, ma altri, compresa io, si stavano divertendo troppo..finché non è arrivata l’ora dello skilift! Yuri disse:”Questa è la prova del nove”..ci saremmo riusciti? Tralasciando le mie cadute quando scendevo dallo skilift è andata abbastanza bene tranne per le urla mentre scendevo con gli sci che penso si siano sentite ovunque! Anche se molti di noi volevano continuare a sciare, finita questa “prova”, abbiamo dovuto posare le attrezzature, prendere gli zaini e aspettare il nostro turno per mangiare. L’attesa si dilungava sempre più e le palle di neve continuavano a volare ovunque, tanto da diventare tutti completamente fradici. Dopo mille proteste siamo riusciti a sederci a tavola e mangiare: eravamo sfiniti! La giornata era conclusa, ma qualcuno ancora intendeva godersi gli ultimi minuti insieme: tra palle di neve, rotolate per terra e foto varie. Durante il ritorno, forse un po’ più movimentato dell’andata, il tempo è volato. Ci siamo divertiti molto e siamo abbastanza soddisfatti di questa giornata, o almeno io lo ero. Quando tornata a casa ero convinta che fosse andato tutto per il verso giusto, ecco che mi rendo conto di aver lasciato il borsellino nel pullman. La giornata alla fine si è conclusa tra telefonate varie ai professori e alla ditta del pullman. In conclusione: spero di poter passare altre giornate del genere con la mia classe, magari anche di più giorni...ma devo cercare di fare più attenzione come al solito!

 

LA GIORNATA BIANCA-MARCO DI PASCALE

 LA GIORNATA BIANCA-MARCO DI PASCALE

20 febbraio 2009 a Bocca della Selva. 

Dopo un viaggio non  particolarmente lungo (circa due ore) siamo arrivati a bordo del pullman,che ci ha portato dalla nostra Scuola “Liceo A. Diaz” di Caserta e può cominciare la nostra a lungo agognata “giornata sulla neve”.

I piedi affondano nella neve soffice, è una bella giornata ed il sole splendente nel cielo ci riscalda; Neve, sole, piste di fondo,  skilift,   l'aria invernale cristallina, fantastica; tutto concorre ad una visione di paesaggio invernale incantato,ed una sensazione di totale relax ci assale…
Gli istruttori di sci ci chiamano urlando i nostri nomi e ci dividono in gruppi, si comincia!

Proviamo le attrezzature e, siccome per alcuni è la prima volta, già inizia il divertimento tra le urla e gli errori ma, alla fine, tutti pronti ci avviamo verso la manovia.. è la nostra prima lezione di sci.

Solo pochi sanno veramente sciare, il resto è una frana ma non importa... Siamo qui per imparare e divertirci.

Incominciamo le nostre salite con la manovia e le discese sotto la guida del nostro istruttore.

Alcuni imparano subito come sciare, altri con più difficoltà ma non importa, non è una gara ma un gran divertimento.

Tra cadute e discese ad alta velocità passa la mattinata e i morsi della fame incominciano a farsi sentire.  E’ l’una e trenta e siamo al ristorante del Rifugio, piccolo.. molto piccolo ma anche parecchio accogliente.

Ci sediamo, al mio fianco siedono Francesco ed Alessandro che raccontano le loro perfomance. Dopo quasi mezz’ora di attesa arriva finalmente il tanto desiderato pranzo, semplice e buono. E’ un momento di grande socievolezza in cui tra una forchettata ed una risata, ci scambiamo considerazioni e opinioni sulla giornata che intanto trascorre. Nei piatti non resta nulla.. abbiamo divorato tutto!

L’entusiasmo non ha fine.

Sono circa le 14:00 e le nostre insegnanti ci concedono un periodo di libertà, possiamo finalmente dare libero sfogo alla nostra fantasia; Alessandro e Francesco si tuffano nella neve ed agitando gambe e braccia pensano di riuscire a disegnare due bellissimi angeli ma riescono a fare solo due buchi nella neve!

Altri si rincorrono tirandosi palle di neve e alla fine coinvolgono quasi tutta la compagnia.

Il sole cala assumendo un colore giallo e arancione brillante, la giornata sta per finire … tra poco torneremo a casa.

Ci avviamo lentamente e con un po’ di malinconia che ci accompagnerà nella nostra routine in città. Il ritorno in pullman, dopo un breve periodo di riposo ci regala altri momenti speciali. Alcuni telefonano a casa per avvisare la mamma che stanno per tornare, Vincenzo propone un gioco che ci ricorda una gita dell’anno scorso e tutti noi lo accogliamo e ci divertiamo, mentre alcuni intonano allegramente le loro canzoni preferite.

Sono le 18:30, il pullman si ferma, siamo tornati, stanchi ma contenti.

A quando la prossima gita?

 

 

 

Giornata Bianca

ste pix.JPGIl blog della seconda "i" del Liceo Scientifico Armando Diaz di Caserta si inaugura con la produzione di testi scritti dopo l'esperienza della Giornata Bianca.

L'attività curricolare in Italiano, opportunamente abbinata all'esperienza sportiva ,ambientale e naturalistica, è stata strutturata secondo le seguenti modalità:

per il Tema : Una giornata di classe molto diversa: fai un testo utilizzando sequenze narrative, descrittive, riflessive e,

volendo,anche dialogiche

per la relazione : La giornata bianca : indica gli elementi oggettivamente : i dati (tempo e spazio), le persone ( chi, come e

quando) i luoghi , gli elementi sociali positivi e negativi ( se ne hai riscontrati), la valutazione impersonale dell'esperienza


Volendo potreste anche "costruire" un breve testo narrativo, contrariamente alla relazione connotato da forte soggettività e corredato anche di una foto -copertina....


Scegliete voi e buon lavoro...

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